San Giovanni della Croce .Il ricordo della Chiesa.

SAN GIOVANNI DELLA CROCE

“L’anima che vuole salire sul monte della perfezione deve rinunciare a tutte le cose” scriveva San Giovanni della Croce di cui oggi la Chiesa fa memoria. Mistico e dottore della Chiesa fu direttore spirituale di un’altra grande mistica, e dottore della Chiesa, Santa Teresa d’Avila. È utile riportare una lettera di Edith Stein scritta il 30 marzo del 1940, che si riferisce ad un aspetto molto importante della spiritualità di San Giovanni della Croce. Edith Stein riceve una lettera da Agnella Stadtmüller, religiosa domenicana, dottore in filosofia e sua amica, che le domanda che cosa intende san Giovanni della Croce per “amore puro”. Edith risponde con queste parole: “Per amore puro, San Giovanni della Croce intende l’amore di Dio per Dio stesso; è l’amore di un cuore libero da ogni attaccamento a ogni cosa creata: a se stesso e al resto delle creature, ma anche ad ogni consolazione e cose simili che Dio può concedere all’anima o ad ogni forma di devozione speciale, ecc. È l’amore di un cuore che non desidera altro che si compia la volontà di Dio, che si lasci guidare da Lui senza resistenza. Ciò che la persona può fare per arrivare fino a quest’amore è ampliamente trattato nell’opera Salita al monte Carmelo. Come Dio purifica l’anima, nel libro della Notte oscura. Il risultato si trova nella Fiamma di amor viva e nel Cantico spirituale. Fondamentalmente, si trova tutto il cammino in ciascuna delle opere; in particolare, in ognuna di esse si accentua un aspetto sugli altri. Però se si desidera apprendere l’essenziale, esposto in modo breve, allora si leggano gli Scritti brevi”. S. Giovanni della Croce, universalmente conosciuto come “Dottore mistico”, nacque nel 1542 a Fontiveros, una cittadina della Castiglia. Già la tenera vicenda umana dei suoi genitori fu per Giovanni quasi un presagio: il papà, Gonzalo de Yepes, di nobile origine toledana, aveva sposato, contro la volontà dei suoi ricchi parenti, Caterina Alvarez, una povera tessitrice, di cui s’era innamorato.

Era stato diseredato e, così, era stata Caterina a doverlo accogliere nella sua umile casetta e ad insegnargli il mestiere di tessitore. Erano nati tre bambini, ma il papà li aveva lasciati troppo presto, vittima di una epidemia mortale. Anche uno dei bambini morì di stenti. Giovanni, il più piccolo – che porterà per tutta la vita i segni della denutrizione patita – fu ospitato in un collegio per orfani, dove gli fu almeno concesso di studiare. Contemporaneamente, per mantenersi, faceva l’inserviente in un ospedale per sifilitici a Medina del Campo. Una infanzia “infelice”, si direbbe, e una adolescenza aggravata dagli stenti. E invece, proprio dal clima povero, ma dolce e intenso, che respirò in famiglia, Giovanni trasse quella certezza che avrebbe rischiarato tutta la sua esistenza: comprese, cioè, che la vita può essere una sublime avventura d’amore, benché sia così spesso impregnata di sofferenze. Pur senza disprezzare l’amore umano, egli si sentiva inclinato a scoprire le meraviglie dell’amore che Cristo ha rivelato e promesso a chi Lo segue.A 21 anni chiese, dunque, di entrare nel convento carmelitano di Medina, iniziandovi gli studi che l’avrebbero condotto fino al sacerdozio. Poté così frequentare la prestigiosa Università di Salamanca. Lo studio affascinava la sua intelligenza acuta e argomentativa, mentre la preghiera e l’ascesi lo affinavano interiormente e fisicamente. A tale scopo aveva scelto per sè una cella piccola e buia, solo perché aveva una finestrella che guardava sul presbiterio della Chiesa: là passava lunghe ore, assorto nella contemplazione del tabernacolo. Quando fu ordinato sacerdote, aveva quasi deciso di dedicarsi a una forma di vita ancora più austera e solitaria (quella dei Certosini), ma fu proprio in occasione della sua Prima Messa, celebrata a Medina, che gli accadde di incontrare Santa Teresa d’Avila. Fu lei, col prestigio della sua santità e della sua maturità, a coinvolgerlo nella sua missione di Riformatrice dell’antico Ordine Carmelitano. Fu Teresa stessa a tagliare e cucire per lui un umile abito di lana grezza, e ad aiutarlo nella prima organizzazione di un poverissimo conventino a Durvelo, tra un gruppetto di case coloniche, sperduto nella campagna. Qui cominciò la storia dei primi “carmelitani scalzi” (cioè “riformati”), che vivevano in una solitudine quasi eremitica, interrompendo la preghiera solo per prendere un po’ di cibo e per andare nelle borgate vicine a predicare ai contadini, privi di ogni assistenza religiosa. Ma Giovanni non poté restare a lungo in quella beata solitudine. Presto fu necessario fondare altri conventi (e a lui veniva sempre affidato l’incarico di educatore dei giovani religiosi).Poi Teresa lo volle con sé ad Avila, per farsi aiutare nella formazione delle monache, di cui era priora. Ma l’attività dei due Riformatori non era ben vista da tanti altri frati e monache che si ritenevano quasi offesi dalla loro azione, e c’era chi li accusava di ribellione e di disobbedienza ai Superiori dell’Ordine.

Allora le comunicazioni erano difficili e le notizie tendenziose si diffondevano facilmente. Così proprio il mite ed umile Giovanni della Croce fu accusato ingiustamente d’essere un ribelle e “incarcerato” nel grande convento di Toledo, dove fu rinchiuso in un bugigattolo umido e buio. Vi restò quasi nove mesi: trattato a pane e acqua, con una sola tonaca che gli marciva addosso, mentre i pidocchi lo divoravano e la febbre lo consumava. Ma in quella terribile “notte oscura” Dio lo avvolse di luce e di amore. Quando, dopo nove mesi, riuscì a fuggire dal carcere, portò con sé un quadernetto dove aveva trascritto quei versi che l’avevano aiutato a credere, a sperare, e ad amare… Passò gli anni successivi, ricoprendo quasi sempre l’ufficio di Superiore, generalmente amato e stimato, anche se tenuto un po’ in secondo piano, ricercato da coloro che volevano essere guidati nel cammino verso Dio. A loro (soprattutto alle monache, ma anche a dei laici), Giovanni della Croce spiegava le esigenze ardenti dell’amore di Dio, e lo faceva con lo stile che aveva imparato in prigione: scrivendo delle poesie e commentandole, rifacendosi continuamente agli insegnamenti della Sacra Scrittura e alla sua personalissima esperienza. «L’anima innamorata – insegnava Giovanni – è un’anima dolce, mite, umile e paziente». A tutti egli ricordava che «un pensiero dell’uomo vale più del mondo intero e perciò soltanto Dio ne è degno!». Insegnava con decisione l’esigente cammino della “nuda fede” che non vuole null’altro se non Dio. Soprattutto i monasteri fondati da Teresa si protendevano connaturalmente ad accogliere e desiderare la guida di Giovanni della Croce e alle anime contemplative egli ripeteva le sue bellissime poesie (e ne componeva di nuove) e poi tentava di darne una spiegazione, un commento, utilizzando tutta la teologia che aveva studiato, (e Giovanni aveva un’intelligenza e una forza argomentativa straordinarie) nel tentativo di spiegare l’indicibile. Al Cantico spirituale si aggiunsero prima la Notte oscura, poi la Fiamma viva d’Amore, con i relativi commenti, che lasciò quasi tutti incompleti. Sul finire della vita si trovò nuovamente avvolto dalle tenebre della sofferenza e dell’abbandono. Non tutti riuscivano a capire quella sua incredibile dolcezza pur mescolata a tanta inflessibilità, quando ne andavano di mezzo i diritti di Dio e il rispetto dovuto alla verità. Così qualcuno si spinse fino a calunniarlo, nel tentativo di screditarlo presso i superiori. Ad una monaca che voleva prendere le sue difese, Giovanni disse: «Non pensi ad altro se non che tutto è disposto da Dio. E dove non c’è amore, metta amore e ne riceverà amore». Proprio in quei tristi anni egli stava commentando la sua ultima opera, quella Fiamma viva d’Amore, che è tutto un divampare di carità. Nonostante le sofferenze fisiche e morali in cui era immerso, egli poteva cantare l’amore di Dio e per Dio, divenuto un possesso totale e ardente e descrivere, per esperienza, l’abbraccio di amore più intenso che sia possibile in questa terra, quando solo un ultimo, leggerissimo velo che sta per lacerarsi separa la creatura dalla vita eterna. A 49 anni si ammalò gravemente: nel collo del piede gli si aprì una piaga tumorale che non si riusciva a curare. Giovanni visse la sua malattia nel desiderio di diventare sempre più simile al suo Signore Crocifisso. L’immedesimazione era così piena che egli arrivava a commuoversi, durante le medicazioni, nel guardare il suo povero piede piagato, perché gli sembrava di vedere quello trafitto di Cristo. Intanto la morte si avvicinava: nella tarda sera del 13 dicembre 1591, quando i confratelli riuniti attorno al suo letto iniziarono le preghiere per gli agonizzanti, Giovanni chiese che le interrompessero e disse: «Non ho bisogno di questo. Leggetemi qualcosa del Cantico dei Cantici». E mentre quei versetti d’amore risuonavano nella cella del morente, egli sembrava incantato e sospirò: “Che perle preziose!”. Poi sentì suonare le campane di mezzanotte e disse: “Vado a cantare il Mattutino in cielo”.

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