Visita di Papa Francesco in Campidoglio

Questa mattina, lasciata Casa Santa Marta, Papa Francesco si è recato in visita al Campidoglio.

Al Suo arrivo il Papa è stato accolto dal Sindaco di Roma, On. Roberto Gualtieri. Poi, salutato dagli squilli di tromba dei fedeli di Vitorchiano, ha fatto il suo ingresso nel Tabularium. Il Santo Padre e il Sindaco hanno fatto sosta al primo arco che si affaccia sul Foro Romano. Dopo aver raggiunto in ascensore il primo piano del Palazzo Senatorio, Papa Francesco è entrato nello Studio del Sindaco per l’incontro privato.

Al termine del colloquio, il Sindaco ha presentato al Santo Padre i Familiari. Il Papa ha salutato poi i Membri della Segreteria del Sindaco riuniti ad attenderlo nella Sala dell’Arazzo; successivamente, nella Sala delle Bandiere, ha apposto la Sua firma sul “Libro d’Oro” del Comune di Roma. Quindi, nell’Aula Giulio Cesare, il Santo Padre ha incontrato i Consiglieri, gli Assessori e le altre Autorità invitate.

Dopo gli indirizzi di saluto dell’On. Svetlana Celli, Presidente dell’Assemblea Capitolina, e del Sindaco di Roma, On. Roberto Gualtieri, il Papa ha rivolto il Suo discorso agli Amministratori comunali. A conclusione del discorso è seguito lo scambio dei doni: il Sindaco ha donato al Papa una medaglia d’argento a ricordo della visita e un documento di istituzione di alcune iniziative di carattere sociale, il Santo Padre ha lasciato in dono al Comune un mosaico raffigurante l’Arco di Tito, al Sindaco un trittico di medaglie e agli Assessori e ai Consiglieri, che ha salutato individualmente, medaglie e la Bolla di indizione del Giubileo.

Al termine, il Papa e il Sindaco si sono affacciati dalla Loggia del Palazzo Senatorio e il Santo Padre ha salutato i dipendenti radunati a Piazza del Campidoglio. Rientrati nell’Aula Giulio Cesare, Papa Francesco e il Sindaco hanno sostato davanti alla targa commemorativa della visita. Poi, attraversando la Sala “Laudato si’”, hanno raggiunto la Sala della Protomoteca dove erano riuniti i Dipendenti Capitolini.

Al Portico del Vignola, tra dagli squilli di tromba dei fedeli di Vitorchiano, il Santo Padre Francesco si è congedato dal Sindaco Roberto Gualtieri e ha lasciato il Campidoglio per fare rientro in Vaticano.

Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto agli Amministratori comunali nel corso della visita al Campidoglio e le parole a braccio che ha rivolto ai dipendenti radunati a Piazza del Campidoglio:

Discorso del Santo Padre

Signor Sindaco,

Signore e Signori Assessori e Consiglieri del Comune di Roma,

Illustri Autorità,

Cari amici! Ringrazio il Signor Sindaco per il gradito invito e per le gentili espressioni che mi ha rivolto; e ringrazio la Presidente dell’Assemblea Capitolina per le parole di benvenuto. Saluto gli Assessori e i Consiglieri del Comune, i Rappresentanti del Governo, le altre Autorità presenti e tutti i cittadini di Roma.

Nel ritornare a farvi visita, provo sentimenti di gratitudine e di letizia. Vengo a incontrare voi e, tramite voi, l’intera città, che pressoché dalla sua nascita, circa 2.800 anni fa, ha avuto una chiara e costante vocazione di universalità. Per i fedeli cristiani questo ruolo non è stato frutto del caso, ma è corrisposto a un disegno provvidenziale.

Roma antica, a causa dello sviluppo giuridico e delle capacità organizzative, e della costruzione lungo i secoli di istituzioni solide e durature, divenne un faro a cui molti popoli si rivolgevano per godere di stabilità e sicurezza. Tale processo le ha permesso di essere un centro irradiante di civiltà e di accogliere persone provenienti da ogni parte del mondo e di integrarle nella sua vita civile e sociale, fino a far assumere a non pochi di loro le più alte magistrature dello Stato.

Questa cultura romana antica, che sperimentava indubbiamente molti buoni valori, aveva d’altro canto bisogno di elevarsi, di confrontarsi con un messaggio di fraternità, di amore, di speranza e di liberazione più grande.

L’aspirazione di quella civiltà, giunta al culmine del suo fiorire, offre una ulteriore spiegazione del rapido diffondersi nella società romana del messaggio cristiano. La fulgida testimonianza dei martiri e il dinamismo di carità delle prime comunità di credenti intercettava il bisogno di ascoltare parole nuove, parole di vita eterna: l’Olimpo non bastava più, bisognava andare sul Golgota e presso la tomba vuota del Risorto per trovare le risposte all’anelito di verità, di giustizia e di amore.

Questa Buona Novella, ossia la fede cristiana, col tempo avrebbe permeato e trasformato la vita delle persone e delle stesse istituzioni. Alle persone avrebbe offerto una speranza ben più radicale e inaudita; alle istituzioni la possibilità di evolvere a uno stadio più elevato, abbandonando a poco a poco – per esempio – un istituto come quello della schiavitù, che anche a tante menti colte e a cuori sensibili era parso come un dato naturale e scontato, per nulla suscettibile di essere abolito.

Questo della schiavitù è un esempio molto significativo del fatto che anche raffinate civiltà possono presentare elementi culturali così radicati nella mentalità delle persone e dell’intera società da non essere più avvertiti come contrari alla dignità dell’essere umano. Fatto che si verifica anche ai nostri giorni, quando, quasi inconsapevolmente, si rischia a volte di essere selettivi, e parziali nella difesa della dignità umana, emarginando o scartando alcune categorie di persone, che finiscono per ritrovarsi senza adeguata protezione.

Alla Roma dei Cesari è succeduta – per così dire – la Roma dei Papi, successori dell’Apostolo Pietro, che “presiedono nella carità” a tutta la Chiesa e che, in alcuni secoli, dovettero anche svolgere un ruolo di supplenza dei poteri civili nel progressivo disfacimento del mondo antico, e alcune volte, con comportamenti non felici. Molte cose cambiarono, ma la vocazione all’universalità di Roma venne confermata ed esaltata. Se infatti l’orizzonte geografico dell’Impero Romano aveva il suo cuore nel mondo mediterraneo e, benché molto vasto, non coinvolgeva tutto l’Orbe, la missione della Chiesa non ha confini su questa terra, perché deve far conoscere a tutti i popoli Cristo, la sua azione e le sue parole di salvezza.

A partire dall’Unità d’Italia si aprì una nuova fase, nella quale, dopo i contrasti e le incomprensioni con il nuovo Stato unitario, nell’ambito di quella che venne denominata “questione romana”, si giunse, 95 anni fa, alla Conciliazione tra il potere civile e la Santa Sede.

Quest’anno poi è il 40° dalla revisione del Concordato. Esso ha riaffermato che lo Stato italiano e la Chiesa Cattolica sono, «ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti e alla reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese» (Art. 1 dell’Accordo di revisione del Concordato, 3 giugno 1985).

Roma si è sempre confermata, anche in queste fasi storiche più recenti, nella sua vocazione universale, come testimoniato dai lavori del Concilio Ecumenico Vaticano II, dai diversi Anni Santi celebrati, dalla firma del Trattato istitutivo della Comunità Economica Europea, come pure del Trattato che istituì la Corte Penale Internazionale, dalle Olimpiadi del 1960, dalle Organizzazioni internazionali, in particolare la FAO, che in Roma hanno la loro sede.

Ora Roma si appresta a ospitare il Giubileo del 2025. Tale evento è di carattere religioso, un pellegrinaggio orante e penitente per ottenere dalla misericordia divina una più completa riconciliazione con il Signore. Esso, tuttavia, non può non coinvolgere anche la città sotto il profilo delle attenzioni e delle opere necessarie ad accogliere i tanti pellegrini che la visiteranno, aggiungendosi ai turisti che vengono ad ammirare il suo immenso tesoro di opere d’arte e le grandiose tracce dei secoli passati. Roma è unica. Perciò anche il prossimo Giubileo potrà avere una ricaduta positiva sul volto stesso della città, migliorandone il decoro e rendendo più efficienti i servizi pubblici, non solamente nel centro ma favorendo l’avvicinamento tra centro e periferie. Questo è molto importante, perché la città cresce e questa attenzione, questo rapporto diviene ogni giorno più importante. E per questo a me piace andare a visitare le parrocchie di periferia, perché sentano che il Vescovo è loro vicino; perché è molto facile essere vicino al centro – io sono al centro –, ma andare a visitare le periferie è la presenza del Vescovo, lì.

È impensabile che tutto questo possa svolgersi ordinatamente e nella sicurezza senza l’attiva e generosa collaborazione delle Autorità del Comune capitolino e quelle nazionali. Ringrazio vivamente a questo proposito le Autorità comunali per l’impegno profuso nel preparare Roma ad accogliere i pellegrini del prossimo Giubileo, e ringrazio il Governo italiano per la sua piena disponibilità a collaborare con le Autorità ecclesiastiche per la buona riuscita del Giubileo, confermando la volontà di amichevole collaborazione che caratterizza i reciproci rapporti tra Italia e Santa Sede, che sono rapporti umani. Tante volte, la meschinità può portarci a pensare che i rapporti sono dei soldi: no, questo è secondario. Sono i rapporti umani tra le autorità.

Roma è città dallo spirito universale. Questo spirito vuole essere al servizio della carità, al servizio dell’accoglienza e dell’ospitalità. Pellegrini, turisti, migranti, quanti si trovano in gravi difficoltà, i più poveri, le persone sole, quelle malate, i carcerati, gli esclusi siano i più veritieri testimoni di questo spirito – per questo ho deciso di aprire una Porta Santa in un carcere –; e questi possano testimoniare che l’autorità è pienamente tale quando si pone al servizio di tutti, quando usa il suo legittimo potere per venire incontro alle esigenze della cittadinanza e, in modo particolare, dei più deboli, degli ultimi. E questo non è solamente per voi politici, è anche per i preti, per i vescovi. La vicinanza, vicinanza al popolo di Dio per servirlo, per accompagnarlo.

Continui Roma a manifestare il suo volto, volto accogliente, ospitale, generoso, nobile. L’enorme afflusso nell’Urbe di pellegrini, turisti e migranti, con tutto ciò che significa in termini di organizzazione, potrebbe essere visto come un aggravio, un peso che frena e intralcia lo scorrere normale delle cose. In realtà, tutto questo è Roma, la sua specificità, unica al mondo, il suo onore, la sua grande attrattiva e la sua responsabilità verso l’Italia, verso la Chiesa, verso la famiglia umana. Ogni suo problema è il “rovescio” della sua grandezza e, da fattore di crisi, può diventare opportunità di sviluppo: civile, sociale, economico, culturale.

L’immenso tesoro di cultura e di storia adagiato sui colli di Roma è l’onore e l’onere della sua cittadinanza e dei suoi governanti, e attende di essere adeguatamente valorizzato e rispettato. Rinasca in ciascuno la consapevolezza del valore di Roma, del simbolo che essa rappresenta in tutti i continenti – non dimentichiamo il mito dell’origine di Roma come rinascita dalle rovine di Troia –; e si confermi, anzi cresca la reciproca fattiva collaborazione tra tutti i poteri che vi risiedono, per un’azione corale e costante, che la renda ancora più degna del ruolo che il destino, o meglio la Provvidenza, le ha riservato.

Da decenni, da quando ero prete giovane, ho sempre avuto la devozione alla Salus Populi Romani, e ogni volta che mi recavo a Roma andavo da lei. Chiedo a lei, alla Salus Populi Romani, che vegli sulla città e sul popolo di Roma, infonda la speranza e susciti la carità, affinché, confermando le sue più nobili tradizioni, continui ad essere, anche nel nostro tempo, faro di civiltà e promotrice di pace. Grazie.

Saluto a braccio ai dipendenti radunati in Piazza del Campidoglio

Buongiorno! Saluto tutti voi, l’Ama, la Protezione civile, i gendarmi, la gente che lavora qui: grazie tante per l’accoglienza, grazie tante!

Io mi permetto oggi, in questo momento, di fare una preghiera per Roma, per la nostra città.

Ave o Maria, …

[Benedizione]

Grazie per il vostro lavoro, grazie per quello che fate per la città! E per favore, non dimenticatevi di pregare per me, a favore! Grazie!

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